Belfiore giallo

Informazioni storiche

Sinonimi: Belfiore di Trento, Bella di Belfiore, Belle Flavoise, Belle-Fleur, Belle-Fleur jaune, Bellefleure jaune, Belle-Fleur Yellow, Bell-Flower, Bishop’s Pippin of Nova Scotia, Blumencalville, Blumenkalville, Calvilla dorata, Connecticut Seek-no-further, Coxe’s Seek-no-further, Crisantemo Amarilla, Fregina, Gelber Bellefleur, Gelber Englischer Schönblühender, Grafensteiner, Gravensteiner, Gulderlinge, Lady Washington, Lincoln Pippin, Linneous Pippin, Linous Peping, Metzgerapfel, Metzger’s Calvill, of Ohio, Pum bseunt, Sárga Bellefleur, Seek-no-further, Thuringer, Warren Pippin, Weidenapfel, Westfield Seek-no-further, Yellow Belle-Fleur, Yellow Bellflower.

 

La mela Belfiore giallo appartiene alla famiglia delle Calville bastarde, caratterizzate da polpa soda, tessuto compatto di gusto vinoso-acidulo che ricorda quello delle renette, forma del frutto generalmente simile a quella del cotogno (Tamaro, 1935).

È ritenuta originaria degli Stati Uniti (forse Westfield, nel Connecticut, oppure Crosswick, nella contea di Burlington, New Jersey) e, con ogni probabilità, derivata da un semenzale ritrovato casualmente nel XVIII secolo. Venne descritta per la prima volta da Cox (1817, cit. in Leroy, 1879) col nome di Yellow Bellflower, dalla cui errata traduzione deriva il nome italiano di Belfiore giallo. Come Blumenkalville venne invece descritta da Diel (1818-33). Secondo Downing (1869), questa cultivar sarebbe “vecchia, la più stimata e la migliore di tutte le varietà”, donde il sinonimo di Seek-no-further.

Nel 1834 venne importata in Francia e in Germania dai F.lli Baumann di Bollweiler (Alto Reno), forse attraverso l’Inghilterra (Leroy, 1879; Lauche, 1882). In Germania non ebbe comunque grande fortuna, nonostante le buone qualità e la raccomandazione del 7° Congresso dei Pomologi tedeschi di Trier, tanto che Lauche (1882) la indicò come “non molto diffusa”.

Per quanto riguarda l’Italia, nel 1847 una Seek no farther (sic!) è citata nel catalogo dello Stabilimento Orticolo Agrario di Carlo Maupoil e figlio in Dolo. Curiosamente, la Belfiore giallo venne indicata tra le “novità” nel Catalogo Sgaravatti di Saonara (PD) del 1885-86, ma probabilmente solo a causa del caos nomenclaturale che imperava in quel periodo: coi sinonimi Seek-no-further e Linnaeus Pippin era infatti diffusa in Italia già da molto tempo.

Nel nostro paese ebbe fin da subito fortuna e ottima reputazione presso i pomologi. Moerman e Cavallero (1884) la considerarono “di prima qualità”, e così pure la Commissione Pomologica dell’esposizione di Treviso, che la raccomandò per la coltivazione nel Veneto nel 1888, ponendola tra le mele migliori d’Italia. Tamaro (1899) scrisse che questa varietà andava considerata “tra le migliori da tavola, adatta al trasporto”, consigliandola per frutteti casalinghi e di speculazione per “frutta di lusso”. Molon (1890, 1901) ne consigliò caldamente la coltivazione, sia per i frutteti industriali ad alto fusto che per quelli casalinghi, valutando i frutti ottimi sia per il consumo fresco che previa cottura. La considerazione in cui venne tenuta fu quindi molto alta, grazie anche all’aspetto “molto vago del frutto (Molon, 1926) e alla sua durevolezza (Tamaro, 1915).

Per quanto riguarda le attitudini colturali, Tamaro (1890) considerava la Belfiore giallo adatta soprattutto a climi miti e località riparate, sottolineando le limitate esigenze dell’albero; Molon (1901, 1926) la disse adatta sia ai terreni umidi che a quelli asciutti.

Nei primi decenni del ‘900 questa varietà venne coltivata in Trentino-Alto Adige (Boni, 1924), rimanendovi fino alla metà del secolo (Breviglieri, Solaroli, 1949). Nel 1976 Tassinari la disse coltivata nelle Tre Venezie e, all’estero, negli Stati Uniti, Francia e Germania.

Tuttavia, numerosi e gravi difetti condizionarono pesantemente la storia di questa varietà. Tamaro (1915) osservò che solo “in terreni leggeri e siti elevati il frutto acquista uno speciale profumo”, mentre “nel piano le frutta vengono molto voluminose ma le piante tardano a dare frutto”. Candioli (1941) notò inoltre che nella bassa pianura Veronese questa varietà era “soggiacente all’oidio”, motivo per cui la sua coltivazione andava limitata ai terreni asciutti dell’Agro Veronese e soprattutto alla collina e alla montagna. Sotto il profilo fitosanitario, la cultivar si dimostrò poco resistente alla Schizoneura e ad alcune crittogame (Tamaro, 1923, 1935). Breviglieri e Solaroli (1949) lamentarono sia la sensibilità della pianta alle fitopatie che una conservabilità dei frutti piuttosto limitata (ad eccezione di quelli prodotti in alcune zone interne delle Alpi).

Attualmente la coltivazione è limitata a piccole superfici, soprattutto in Trentino, e destinata a un mercato di nicchia, sotto i nomi di Belfiore di Trento e di Belfiore di Ronzone. Quest’ultimo è da alcuni ritenuto una mutazione di Belfiore giallo, avvenuta in Val di Non nel 1925.

 


Bibliografia

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